21 maggio 2021

L'Economia del Corriere della Sera

Alessandra Puato

FORMULA DOMPÉ. PIU BIOTECH E ORA LA CINA

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L'azienda cresce negli Usa e in Asia. «Investiamo più di 100 milioni l'anno». Anche contro il Covid.

«Siamo radicalmente cambiati Abbiamo quattro farmaci innovativi in sviluppo e venti studi clinici»

Ad affiancarlo c'è ora la figlia Nathalie, nominata amministratore delegato di Dompé Farmaceutici negli Usa e in procinto di crescere anche in Italia. Dice Sergio Dompé, presidente dell'azienda milanese: «Cerco di trasmettere alle mie figlie (l'altra che sta crescendo in azienda è Rosyana, che ha finito il liceo ed è iscritta in Bocconi, ndr.) la passione per le scienze della vita, l'eredità che ho ricevuto da mio padre e da mio nonno». L'imprenditore guarda al futuro con un'azienda che in due anni ha svoltato: più biotech, più estero. E non esclude, semmai in futuro, l'ipotesi di una quotazione in Borsa. «Abbiamo aperto una serie di opzioni, vedremo — dice —. Siamo un'azienda a indebitamento zero. Stiamo pensando a come sostenere la crescita, con l'appoggio su molti mercati. L'obiettivo è dare al gruppo il miglior futuro possibile in modo intelligente e sostenibile». Le acquisizioni? « Possibili, ma non sono nel piano strategico 2021-2024». Che prevede investimenti: un centinaio di milioni quest'anno e circa 120 milioni nel 2022. «Inaugureremo in settembre un nuovo centro di ricerca a Napoli, dentro l'Università Federico II», dice Dompé, che presiede la task force Salute e scienze della vita del Beo. In effetti la Dompé, che produce l'Oki, è cambiata radicalmente. L'Italia nel 2020 copriva il 35% del giro d'affari, «due anni prima era l'85%», dice il presidente, soprattutto per l'espansione neli Stati Uniti. Nel 2013, secondo le rilevazioni di ItalyPost per L'Economia, propedeutiche all'inserimento nei Champions, il giro d'affari era di 150,7 milioni, nel 2019 era triplicato a 438,7 (anche per l'acquisizione della divisione Farma di Bracco, nel 2016). Nel 2020, in base ai dati comunicati dalla società, è salito a 532 milioni. Il margine operativo lordo nel triennio 2016-2019 è stato in media del 27,57% del fatturato che nel periodo ha avuto una crescita media annua del 19,5%. Il ritorno sul capitale nel 2019 era del 48,50% e il rating, cioè il merito di credito, è il più alto: la tripla A. Di questo passo l'obiettivo annunciato nel 2020 del raddoppio del giro d'affari in cinque anni sarà raggiungibile. «La crescita dello scorso anno è stata tutta all'estero —dice l'imprenditore—. La diversificazione geografica è stata fondamentale. Abbiamo puntato su Stati Uniti e Cina dove abbiamo ottenuto l'immissione in commercio del nostro farmaco per gli occhi per il trattamento della cheratite neurotrofica», malattia rara della cornea che può portare alla cecità. È il collirio salva-vista a cui Dompé deve la svolta biotech, quello basato sul cenegermin, prima applicazione del fattore di crescita nervoso Ngf, la scoperta che valse il Nobel a Rita Levi Montalcini. «È già disponibile negli ospedali», dice Dompé, che prevede per quest'anno un giro d'affari in crescita del gruppo coperto per il 2% dalla Cina (primo anno nel mercato), almeno per il 60% dagli Usa e per i 130% dall'Italia (contro il 35% del 2020). Il resto da aree nuove come Svizzera e Canada. «In due anni l'azienda è diventata prevalentemente ad alta innovazione — dice Dompé—. Abbiamo una pipeline con quattro farmaci in sviluppo, in fase 2 e 3, e 20 studi clinici». I quattro farmaci, attesi in arrivo tra il 2023 e il 2025, sono contro il diabete giovanile, la sindrome della fatica della chemioterapia, il dolore e la sindrome da distress respiratorio. Quest'ultimo potrà servire anche per trattare la polmonite grave da Covid. Contro il virus inoltre Dompé sta testando il Raloxifene per le manifestazioni meno acut. È stato individuato con il consorzio europeo Exscalate4Cov, attraverso un'applicazione dell'intelligenza artificiale alla farmacologia. I risultati sono attesi in settembre.

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