27 marzo 2020

Corriere della Sera

Francesca Gambarini

«Alleanza tra uomo e tecnologia per superare questa emergenza» Cereda (Ibm): supercomputer italiani in rete con gli Stati Uniti

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Per Enrico Cereda, in Italia a capo del colosso dell'informatica Ibm, esistono già un prima e un dopo coronavirus. Il prima è quando la tecnologia, da aziende e Paesi, era considerata fattore abilitante. Per crescere di più, allargare il proprio business, connettersi al mondo, snellire pratiche. Il dopo è quando, usciti dall'emergenza in cui la pandemia ha gettato il pianeta, «la tecnologia sarà uno spartiacque e un valore», spiega il ceo e presidente dell'azienda da 77,1 miliardi di ricavi nel 2019. «Sarà un nuovo mondo, un anno zero dove aziende virtuose che hanno investito in questo senso avranno una marcia in più. La velocità sarà fondamentale. L'Italia è stata colpita prima, prima ne uscirà: trasformiamo questa contingenza in vantaggio strategico». In difficoltà andranno, con buona probabilità, tante piccole e medie imprese, le stesse paladine del made in Italy, quelle che hanno sofferto la serrata, il tragico calo dei consumi, i limiti all'approvvigionamento e la riorganizzazione logistica. «Siamo arrivati all'emergenza con un'economia già galleggiante — riflette Cereda —. Per molti sarà difficile sopravvivere. Ma l'Italia è un Paese di manager e imprenditori illuminati che sapranno guidarci verso un nuovo rinascimento». Che dovrà andare a braccetto con un'innovazione spinta, in tutti i settori. «L'indebolimento economico, se non verrà adoperato tutto il potenziale innovativo già oggi a disposizione, potrebbe essere tale da rendere difficile la ricostruzione post-crisi — ammonisce Cereda —. Ma se prima tutti parlavano di tecnologia, robotica o intelligenza artificiale, in contrapposizione all'uomo, vediamo che l'emergenza sta cambiando le cose. Al centro è tornato l'essere umano, con i suoi bisogni, i suoi limiti. Ecco perché la relazione e il dialogo con la tecnologia saranno via obbligata contro la pandemia». È quello che sta cercando di fare la multinazionale hi-tech, che ha messo a disposizione sia la sua potenza tecnologica per accelerare la ricerca di una cura odi un vaccino per il Covid-19, che la professionalità e la specificità dei suoi dipendenti, per sostenere lo sforzo del Paese. Negli scorsi giorni ha infatti preso vita il Covid-19 high performance Computing Consortium, promosso dalla Casa Bianca e guidato proprio da Ibm, che riunisce big tecnologici e non solo, da Amazon Web Services a Google Cloud a Microsoft: un'alleanza di supercomputer che permetterà di agevolare l'accesso al calcolo ad alte prestazioni per i ricercatori che studiano il coronavirus. I supercomputer consentono di eseguire un numero molto elevato di calcoli, anche per l'epidemiologia o la bioinformatica, calcoli che impiegherebbero anni per essere completati se gestiti su piattaforme tradizionali. Tra quelli schierati c'è Summit, il supercomputer Ibm (il più potente del mondo) in forza all'Oak Ridge National Lab del Tennessee, grazie al quale i ricercatori sono già stati in grado di identificare 77 composti, su ottomila studiati in pochi giorni, che potrebbero inibire il virus. «La ricerca deve avanzare velocemente — dice Cereda —. Ci siamo subito attivati perché salgano a bordo dell'iniziativa anche centri europei e italiani, abbiamo già preso i contatti con tre realtà italiane, una di queste è Dompé Farmaceutici, che è interessata. In Europa sta tastando il terreno Alessandro Curioni, che guida il laboratorio di ricerca di Ibm a Zurigo». Sul fronte interno, invece, aumentano ogni giorno le scuole che aderiscono all'iniziativa di Ibm e Cisco, che hanno messo gratuitamente a disposizione degli istituti la piattaforma Cisco Webex e il supporto di 350 esperti di Ibm, volontari che lavorano da remoto, per le lezioni a distanza. «È attiva in tutte le regioni, le ultime stime ci dicono che sono coinvolti circa cento istituti, un bacino di 70centomila studenti», spiega il ceo. Si può aderire dal sito Ibm, dal sito lascuola continua e da quello del governo solidarietà digitale. Lo stesso modello verrà replicato in altri Paesi. «Oggi noi abbiamo tre priorità: garantire la salute dei dipendenti, la maggior parte in smartworking dall'inizio dell'emergenza (tre le sedi di Ibm in Italia: Milano, Roma, Torino, per un totale di 4mila persona circa) e che abbiamo dotato di un'assicurazione specifica, garantire assistenza ai clienti — conclude Cereda — e ultimo, ma di certo non meno importante, come azienda a supporto del sistema Paese, creare innovazioni per le imprese, la società, il bene comune». Per uscire, il prima possibile e già allenati per lo scatto, dall'emergenza.

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